Murouj Kharoufa · 7 min di lettura
Capire una città senza vederne gli abitanti
Per capire davvero una città, a volte non serve osservare le persone: basta guardare le sue architetture. Un vicolo stretto, una facciata chiusa verso la strada, un portico che corre lungo un intero quartiere dicono molto di chi li ha costruiti e di chi continua ad abitarli.
L’architettura è molto più di un insieme di edifici. È il riflesso diretto della città, della società che la vive e dell’ambiente in cui sorge. Imparare a leggerla significa riconoscere, nelle forme del costruito, le relazioni che le hanno generate.
L’architettura come specchio
Si può dire che l’architettura sia lo specchio della città: il suo riflesso più concreto. Uno specchio, però, che non restituisce un’immagine sola. Riflette insieme la società, l’ambiente e il tempo.
La società. Valori, abitudini, gerarchie, il modo di intendere la famiglia e la comunità prendono forma nello spazio. Una casa raccolta attorno a un cortile racconta una cultura che protegge l’intimità domestica; una piazza aperta su tutti i lati racconta una vita pubblica vissuta all’aperto.
L’ambiente. Il clima, la luce, l’acqua e i materiali disponibili orientano ogni scelta: muri spessi e aperture piccole nei climi caldi e secchi, tetti spioventi dove piove e nevica, ombra dove il sole è implacabile.
Il tempo. Ogni epoca aggiunge il proprio strato. La città che vediamo oggi è la somma di molte città precedenti, sovrapposte e intrecciate. Nessuno di questi elementi spiega la città da solo: è la loro interazione continua a renderla unica.
Imparare a leggere lo spazio urbano
Le tracce delle trasformazioni collettive sono ovunque, se sappiamo dove guardare. Cinque elementi offrono un punto di partenza.
Le strade. La loro forma dice come una comunità si muove e si incontra. Vicoli stretti e tortuosi creano ombra e proteggono dal vento; grandi viali rettilinei esprimono spesso un progetto di potere, di ordine o di modernità imposto dall’alto.
Le facciate. Sono il confine tra privato e pubblico. Poche aperture schermate parlano di una cultura dell’intimità; finestre e balconi raccontano un rapporto aperto con la strada. Anche la decorazione è un messaggio: prestigio, appartenenza, gusto di un’epoca.
Gli archi. Soluzione strutturale e segno culturale, attraversano la tradizione romana, bizantina e islamica, assumendo forme diverse: a tutto sesto, a sesto acuto, polilobato. Seguire un arco significa seguire una storia di scambi.
I materiali. Pietra, mattone, legno, terra cruda raccontano il territorio e le tecniche di chi li lavorava. Quando i materiali locali vengono sostituiti da prodotti industriali uguali ovunque, la città perde una parte della sua voce.
Gli spazi pubblici. Piazze, cortili, mercati e portici sono i luoghi in cui la comunità si rappresenta. Chi può accedervi, come vengono usati e quanto spazio occupano misurano il rapporto tra individuo e collettività.
Ogni cambiamento lascia un segno
Ogni trasformazione storica, politica, culturale e sociale lascia un segno visibile nello spazio urbano. Un nuovo regime ridisegna le piazze; un’economia che cresce cambia le dimensioni delle case; una nuova tecnologia rende possibili forme prima impensabili; l’arrivo di modelli stranieri modifica il gusto delle facciate.
Baghdad, la città da cui provengono le mie radici, lo mostra con grande chiarezza. Basta osservare un solo elemento, le finestre, lungo poco più di un secolo.
1900–1920: bovindi lignei a graticcio, gli shanasheel, sporgono su vicoli stretti e ombreggiati.
1930–1950: facciate in mattone con logge ad arco, balconi e grate decorate.
1950–1970: il linguaggio moderno introduce volumi puliti, schermature e frangisole.
1990–2000: portici colonnati e aperture più grandi verso la strada.
Dopo il 2003: facciate bianche di gusto importato, spesso più decorative che funzionali.
In questa sequenza si legge molto più dell’evoluzione di uno stile: il passaggio da una società che guardava verso l’interno a una che si apre alla strada, l’arrivo del cemento e dell’aria condizionata, l’influenza dei modelli occidentali, le crisi e le ricostruzioni. La finestra diventa un documento storico.

Non solo come si costruiva, ma come si viveva
L’architettura non racconta soltanto tecniche e stili. Racconta quattro cose più profonde.
Come si viveva. La distribuzione delle stanze, la presenza di un cortile, la separazione tra spazi per gli ospiti e spazi per la famiglia descrivono la vita quotidiana meglio di qualsiasi cronaca.
Come si credeva. Luoghi di culto, orientamenti, simboli e geometrie traducono nello spazio la dimensione spirituale di una comunità.
Come cambiavano le relazioni tra le persone. Il passaggio dalla casa a corte, abitata da una famiglia allargata, all’appartamento per un nucleo ristretto racconta una trasformazione sociale profonda.
Come la comunità vedeva se stessa nel mondo. Una città che imita modelli stranieri, una che rivendica le proprie forme tradizionali, una che cerca una sintesi: ognuna esprime un’idea diversa della propria identità.
Leggere l’architettura significa leggere un’autobiografia collettiva, scritta in pietra, mattone e luce.
Un ponte tra Occidente e Oriente
Sono un’architetta italo-irachena, e vivere tra due culture mi ha insegnato a cercare ciò che le unisce più di ciò che le separa. L’architettura è un ponte straordinario in questo senso.
Prendiamo il portico, così familiare nelle città italiane, da Torino a Bologna. È uno spazio di transizione: protegge dal sole e dalla pioggia, accompagna il passaggio dalla strada all’edificio, crea una soglia condivisa. Nelle case tradizionali di Baghdad, logge, ballatoi e cortili ombreggiati svolgono un ruolo sorprendentemente simile: filtrano il clima, regolano il rapporto tra pubblico e privato, ospitano la vita quotidiana.

Forme diverse, bisogni comuni
La mashrabiya, il graticcio ligneo della tradizione araba, filtra la luce, lascia passare l’aria e permette di vedere senza essere visti. Architetti occidentali come Jean Nouvel ne hanno reinterpretato i principi nell’Institut du Monde Arabe di Parigi e nel Louvre Abu Dhabi, senza copiarne la forma ma traducendone i valori.
Forme diverse, bisogni comuni. È qui che Oriente e Occidente si incontrano: non nell’imitazione reciproca, ma nella comprensione di ciò che un’architettura fa per le persone che la abitano.


Guardare la città con occhi nuovi
La prossima volta che camminate in una città, provate a guardarla come si legge un libro. Chiedetevi perché quella strada è così stretta, perché quella facciata è così chiusa, perché quel materiale e non un altro. Ogni risposta vi dirà qualcosa sulle persone che l’hanno costruita e su quelle che la abitano oggi.
È questo il filo della mia ricerca: l’architettura come ponte tra Occidente e Oriente, tra memoria e progetto contemporaneo.

